Concetti di base

PSICOANALISI DELLA MEMORIA

Questo è un seminario, cioè un tentativo di studiare e approfondire insieme un determinato tema. A me spetta il compito di condurre il seminario e di indirizzare la riflessione e questo significa che parlerò molto più di voi. Tuttavia, anche voi avrete una parte attiva, sia nel senso che vi chiedo di intervenire con osservazioni, considerazioni, domande, obbiezioni, e così via, sia di partecipare con il vostro ascolto attivo. Il modo in cui si ascolta, infatti, non è mai neutrale, ma è sempre una maniera di essere presente alla conversazione. Colui che parla, se non è narcisisticamente chiuso in sé stesso e nell’autoascolto del proprio discorso (cosa che purtroppo accade abbastanza spesso), percepisce la presenza dell’ascoltatore e le sue reazioni e ad esse risponde. Questo dialogo silenzioso ed implicito è di frequente più ricco di tanti dialoghi espliciti che sono invece soltanto finzione di dialogo. 

Psicoanalisi della memoria e non soltanto “memoria”: che cosa significa? Questo titolo lo si può intendere in due modi: cosa la psicoanalisi, e i singoli psicoanalisti, hanno detto sulla memoria, oppure come si può parlare della memoria da un punto di vista psicoanalitico. Noi sceglieremo questo secondo approccio, perché il primo è troppo specialistico e di scarso interesse per chi non sta studiando psicoanalisi professionalmente (ciò non significa che non ci occuperemo e non menzioneremo ciò che gli psicoanalisti, a partire da Sigmund Freud, hanno detto sulla e della memoria, ma lo faremo soltanto in relazione al nostro tema principale, cioè la memoria come esperienza umana).

Cosa vuol dire “assumere un punto di vista psicoanalitico”? Come tutti voi probabilmente sapete, la psicoanalisi fu inventata da Sigmund Freud (1856-1939), un medico neurologo viennese di origine ebraica (questa sua origine è importante per capire la genesi della psicoanalisi, anche se la famiglia di Freud non fu particolarmente religiosa e lui stesso si definì sempre non credente).  Freud, giovane medico, diventò allievo di un neurologo famoso, Josef Breuer, che curava l’isteria per mezzo dell’ipnosi; in seguito si recò a Parigi per completare gli studi e qui seguì un altro celebre  neurologo  che come Breuer utilizzava l’ipnosi per la cura dei disturbi mentali ,  Jean-Martin Charcot. Anche se le teorie di Charcot e Breuer differivano, entrambi condividevano l’idea che i malati “nervosi” soffrissero per qualche trauma dimenticato e che, riportando alla memoria (come vedete stiamo subito entrando nel tema del seminario di oggi) questo trauma tramite l’ipnosi, essi potessero guarire. Tornato a Vienna, Freud iniziò un’attività libero professionale, inizialmente collaborando proprio con Breuer. Freud, come lui stesso dirà, trovava però difficile ipnotizzare e presto si accorse che i suoi pazienti potevano richiamare alla mente i propri ricordi senza bisogno dell’ipnosi ma tramite associazioni di pensieri. L’abbandono del metodo ipnotico segna l’inizio della psicoanalisi (Freud, tuttavia, non abbandonerà mai completamente l’idea che i malati soffrono “di ricordi”, anche se questo concetto subirà profonde modificazioni). Nel 1922, in occasione di una serie di conferenze che terrà negli Stati Uniti, Freud dirà che la psicoanalisi è (1) un metodo per indagare la vita mentale e i processi psichici degli esseri umani; (2) un particolare metodo di cura dei disturbi mentali; (3) un complesso di teorie che fanno parte delle discipline medico-psicologiche e, più generale, dell’approccio scientifico alla psicologia.  Una definizione più semplice della psicoanalisi, e più rispettosa dell’evoluzione che ha avuto, è quella fornita negli anni settanta dello scorso secolo, con parole diverse, da due importanti psicoanalisti americani, Robert S. WallersteinGlen Gabbard, “psicoanalisi è ogni punto di vista sui disturbi mentali e sulla mente umana che abbia come suo concetto fondamentale  l’esistenza dell’ inconscio”.  Poiché l’inconscio è, per definizione, memoria non ricordata, memoria che non giunge alla coscienza, capite bene come il tema della memoria, a partire da Freud sino ad oggi, sia centrale per la psicoanalisi.

ETIMOLOGIA

MEMORIA

Latino memor (verbo), memoria (sostantivo)

Greco μέρμηρα (mérmēra), μέριμνα (mérimna), μάρτυρ (mártur), μέλλειν (méllein)

anche 1 ἀναμιμνήσκω (anamimnesco) 2 ὑπομιμνήσκω (ypomimnesco) 3 μνημονεύω (mnemoneuo)

PIE  *(s)mer-  cadere in un pensiero, ripensare, preoccuparsi di, prendersi cura di, ricordarsi

Quindi è un rendere attivo nel presente un ricordo, un “ricordarsi di … “, la memoria è il passato che diventa presente

Cfr. Salmo 8, Salmo 25 - Luca 22,19

RICORDO

Latino recŏrdari, der., col pref. re-, di cor cordis “cuore”

In greco si usano sempre 1 ἀναμιμνήσκω (porto in primo piano un ricordo) 2 ὑπομιμνήσκω (richiamo dal passato un ricordo) 3 μνημονεύω (far menzione)

Ricordo è la reminiscenza che ritorna al cuore, cioè il ricordo di un sentimento, di un’emozione, la nostalgia, ad esempio, è un ricordo.

Cfr. il racconto di Odisseo nel libro IX dell’Odissea, Virgilio Eneide Libro II, Dante Inferno Canto XXXIII

 

OBLIO

Latino: oblivio, tardo latino oblitus - Da ob (intensive, anche “verso”, “vicino”, “nella direzione di”) + levis (liscio, levigato) = rendere liscio, levigato, piallare (come se la memoria fosse una ruga sulla pelle, o una cicatrice da cancellare)

Cfr. Il sonetto di Petrarca Passa la nave mia colma d'oblio

 

MEMORIA E PASSATO

La memoria ha evidentemente a che fare con lo scorrere del tempo. In un certo senso, la memoria è ciò che consente il divenire. Divenire significa infatti trasformarsi nel tempo rimanendo, però in qualche modo uguali a sé stessi. Infatti, se ciò che diviene mutasse completamente, in ogni suo elemento, ciò che diviene non diverrebbe ma morirebbe totalmente in ogni istante, dando origine a qualcosa di radicalmente diverso da sé.  Quindi tutto ciò che diviene – sia una stella, una pietra, un albero, un gatto o un essere umano, cioè qualsiasi cosa che è nel tempo (solo Dio non diviene visto che esisteva prima che il tempo esistesse ed esisterà dopo che il tempo è finito) – è composto da due parti: una parte che muore e si rigenera, una parte che rimane e che assicura l’identità della cosa che diviene. Così noi siamo ogni istante diversi ma anche uguali a ciò che eravamo. Questa parte che rimane è la memoria che ogni essere conserva di sé stesso, pur cambiando nel tempo. Questo vale anche per il corpo dell’uomo, le cui cellule sono soggetto a continuo rinnovamento ma che conserva una “memoria” del proprio passato: rughe e cicatrici sulla pelle, la struttura lamellare dell’osso che come le lamelle di un albero conserva la memoria della forza di gravità sul corpo, il sistema immunitario che “si ricorda” delle sostanze estranee incontrate e di virus e batteri, il sistema nervoso le cui  connessioni neuronali ”conservano la memoria” delle connessioni che si sono stabilite nel passato.

“Memoria” si dice anche di monumenti e di resti architettonici del passato (“una memoria”, il memoriale); più in generale non solo i singoli individui ma anche le comunità e i gruppi sociali hanno una memoria che può essere tangibile (ad es. monumenti, luoghi, manufatti, prodotti artistici) oppure intangibile (ad es. racconti e tradizioni orali, musica non scritta, dialetti, modi dire, intonazione della lingua parlata, ecc.). Sempre in occasione delle conferenze tenute negli Stati Uniti nel 1922, Freud dice che gli ammalati di disturbi nervosi soffrono di ricordi come se, ad esempio, un cittadino londinese si commuovesse ancora oggi passando davanti alla colonna di Charing Cross. Notate quindi due cose (1) l’equivalenza tra i ricordi individuali e memorie collettive rappresentate dai monumenti; (2) la malattia mentale sarebbe quindi un non essere capace di “distanziarsi a sufficienza dal ricordo”, il ricordo evocherebbe emozioni troppo forti che si sarebbero dovute invece attenuare con il passare del tempo.  

MEMORIA ED EMOZIONI

Secondo la psicoanalisi il ricordo avrebbe un ruolo doppio nei disturbi psicologici, da un lato sarebbe causa di disagio, dall'altro ci si curerebbe proprio riportando alla luce i ricordi. Per la psicoanalisi, quindi, una funzione fondamentale della memoria, forse la sua funzione fondamentale, sarebbe dimenticare. Cosa bisogna però intendere con ricordarsi e dimenticare?

Un concetto fondamentale della psicoanalisi è che la memoria è sempre memoria di affetti (emozioni e sentimenti) legata a contenuti percettivo-ideativi (parole, immagini, suoni, odori, ecc.). In altre parole, tutte le nostre sensazioni sono colorate emotivamente e la distinzione tradizionale tra contenuti razionali-cognitivi e contenuti emozionali è solo una semplificazione, talvolta utile ma non corrispondente alla realtà. In realtà cognizione ed emozione sono le due facce di una stessa moneta, il pensiero umano, che ha sempre un contenuto immaginativo (non si può provare un’emozione pura che non si accompagni a parole o immagini o sensazioni) ed uno emozionale (non c’è idea che non evochi un sentimento, negativo o positivo o ambivalente, per lieve che sia).  Si legga l’inizio di Gerontion di T.S. Eliot che descrive l’affastellarsi di memorie-emozioni alla mente di una persona. La memoria permette di ricordare i contenuti ideativi allontanandosi però dalle emozioni connesse. Ad esempio: io mi ricordo che la mia fidanzata di quando avevo 15 anni mi ha tradito, ma il sentimento di rabbia e disperazione che allora giovinetto provai, è stato “distaccato” dal ricordo di quel episodio, cosicché quando oggi mi ritorna alla mente non mi disturba o mi disturba molto meno che nel passato.  Possiamo quindi chiarire in quale senso, secondo la psicoanalisi, si soffre di ricordi: si soffre per emozioni provate nel passato che non sono state “neutralizzate” a sufficienza, queste emozioni sono legate (come le due facce di una medaglia) a ricordi (parole. immagini, sensazioni, ecc.)  che possono essere stati apparentemente dimenticati, ma che rimangono sottopelle come una sorte di spina irritativa. La cura si deve quindi basare su un riconnettere emozioni e ricordi e riuscire, dopo avere per così dire riattivate le emozioni, a farle di nuovo scivolare lontano nel tempo, questa seconda volta in maniera efficace e duratura.

Perché, però è necessario, compiere questo complicato percorso? Non basterebbe scordarsi una volta per tutte le emozioni del passato che ci fanno soffrire ancora oggi?  L’oblio non potrebbe essere il modo più semplice e radicale di curarsi? In un certo senso lo è: molte droghe e tutte le sostanze inebrianti sono usate dagli esseri umani per procurarsi una sorta di oblio chimico.  Freud – in un suo breve saggio del 1929 “Il disagio della civiltà” – sostiene che la psicoanalisi non ha successo nel trattare le tossicodipendenze perché non è possibile sostituire il piacere semplice ed immediato provocato dalla sostanza di abuso. In estrema sintesi, lo schema (quanto mai pessimistico) proposto da Freud è questo:

  1. Tutti gli esseri umani sono costretti nel corso dei primi anni di vita a “civilizzarsi” cioè a diventare esseri umani che sanno controllare le proprie emozioni e reazioni e sopportare la frustrazione (ad esempio, il neonato deve imparare che non può mangiare quando vuole lui ma che deve sottostare alle decisioni della madre o comunque di chi lo nutre; che se ha un dolore, ad esempio una colica, non basta volere che passi, perché realmente passi; che le persone a cui tiene non possono stare con lui tutto  il tempo; ecc.)

  2. Tutti noi, quindi, abbiamo inevitabilmente un carico di ricordi (che iniziano dai primissimi ricordi del poppante e si prolungano sino al presente) carichi di emozioni “negative” (dolori, rabbie, risentimenti, ecc.) o di frustrazioni (rifiuti, abbandoni, desideri insoddisfatti, piaceri negati o soddisfatti solo parzialmente, smacchi, ecc.) o desideri che “civilizzandoci” abbiamo imparato a non concederci (tipicamente per Freud la gran parte dei desideri sessuali)

  3. Il modo con cui la maggior parte degli esseri umani gestisce questo carico di dolori e frustrazioni è attraverso una forma di dimenticanza selettiva, cioè o non lasciando che il ricordo arrivi alla coscienza oppure permettendo che arrivi alla coscienza solo il contenuto razionale del ricordo ma non l’emozione (se no vivremmo in una condizione di perenne dolore per il passato)

  4. L’emozione trova poi “sfogo” – secondo Freud – in piaceri sostitutivi, ad esempio il godimento intellettuale, artistico, l’esperienza religiosa, ecc.  Ad esempio, io ho sofferto per non essere stato sufficientemente manipolato con calore ed affetto quando ero un lattante, questo dolore rimane dentro di me, ma invece di rimanere come una spina sottopelle (e provocare un’”infezione”) può trovare una forma di soluzione/soddisfazione nel presente diventando io colui che manipola fisicamente (divengo un bravissimo massaggiatore, oppure un infermiere,  oppure – se sono aiutato da doti naturali e un’adeguata preparazione – posso diventare uno scultore o appassionarmi di scultura o altre forme di arte basate sulla manipolazione della materia, ecc.)

  5. Purtroppo, questo meccanismo può fallire (e in qualche misura fallisce sempre in tutti: non c’è un essere umano completamente sano di mente che è riuscito a trasformare positivamente tutto il carico di emozioni negative accumulate) e i “ricordi scordati” continuano ad agire e provocano i sintomi del disagio mentale

  6. Le droghe (almeno la maggior parte di esse) permettono di allentare la morsa del dolore del ricordo e donano la serenità di una mente vuota, quella sorta di nirvana che è secondo Freud la massima aspirazione dell’uomo (uno stato di assenza completa di sofferenza, compresa anche la tensione per un desiderio insoddisfatto). Coloro che non sono in grado di gestire il dolore del passato - o perché hanno un carico di sofferenze troppo grosso, o perché hanno una personalità non abbastanza strutturata e forte - trovano nelle droghe la cura della loro sofferenza.  

DOMANDA: quindi se esistesse una droga perfetta, che non provocasse danni fisici e neurologici, sarebbe la soluzione ideale per essere felici? Freud – forse – risponderebbe di sì.  Perché, invece, sempre nel libro IX dell’Odissea, Odisseo (Ulisse) non vuole l’oblio donato dai fiori di loto e cerca di salvare i suoi che compagni che ne hanno fatto uso? Dovete cercare di rispondere a questa domanda per capire dov’è l’“errore” di Freud.

VIAGGIO MENTALE NEL TEMPO

La distinzione tra memoria e ricordo- pur utile da un punto di vista espositivo – è quindi una semplificazione eccessiva: così come la memoria è sempre un richiamo al presente, anche il ricordo, rievocando emozioni, ha effetto sullo stato presente.

La memoria e il ricordo sono il passato che si fa presente e futuro. A sue volte presente e futuro si proiettano sul passato cambiando la memoria. Due esempi sono costituiti dalla risignificazione e dalla memoria del futuro.

Con risignificazione ci si riferisce a quel fenomeno della vita psichica che Freud chiama Nachträglicheit e che Lacan traduce in francese come après-coup: si tratta del meccanismo per cui la nuova interpretazione (la comprensione) di un episodio del presente getta una nuova luce su avvenimenti del passato e ne modifica il ricordo. Crf. l’episodio della cena di Emmaus nel Vangelo di Luca e l’interpretazione che ne dà Caravaggio nel dipinto conservato a Londra e in quello di Brera.

Con il termine “memoria del futuro” ci si riferisce al ricordo delle congetture e dei piani che si sono fatti nel passato riguardo al futuro, ad esempio: io mi ricordo di quando bambino pensavo che avrei fatto il medico, ora che faccio il medico confronto questo futuro solo immaginato quando avevo 8 anni con il mio presente. I neuroscienziati credono di avere scoperto che noi usiamo le stesse aree del cervello per:

  1. ricordare ricordi del passato

  2. ricordare le congetture sul futuro che abbiamo fatto nel passato

  3. confrontare le congetture sul futuro fatte nel passato con lo stato presente delle cose

  4. fare nel presente piani sul futuro o congetturare futuri possibili

A questo proposito si parla oggi di “Macchina del Tempo Mentale” per indicare che la capacità di pensare passato, presente e futuro (e tutte le loro possibili intersezioni) si appoggia alle stesse strutture neurologiche (cioè non esistono una zona del cervello per il passato, una per il presente, una per il futuro, ma le tre dimensioni temporali vengono pensate nelle stesse aree cerebrali). Naturalmente tutte queste osservazioni di neuropsicologia devono sempre essere prese con grande cautela, come illustreremo durante il quarto incontro del nostro seminario, quello dedicato ai disturbi neurologici della memoria.

 

CLASSIFICAZIONE DELLE MEMORIE

A seconda del contenuto:

  1. m. dichiarativa (esplicita)

  2. m. non-dichiarativa (implicita)

Dichiarativa può riguardare fatti ed episodi del passato (m. episodica: il primo giorno di scuola) oppure contenuti linguistici (m. semantica: una frase che mi disse il maestro il primo giorno di scuola)

Non dichiarativa: comportamenti complessi appresi (m. procedurale: andare in biciletta), gesti e comportamenti acquisiti per imitazione (lo stesso modo di gesticolare di mio padre)

A seconda della durata

  1. m. a breve termine (mi ricordo che ho appena digitato sulla tastiera “memoria a breve termine”, è la prima memoria ad essere danneggiata nelle demenze)

  2. m. a lungo termine (mi ricordo i miei studi di medicina di 40 anni fa che sto usando per questo seminario)